28/12/2022


La Cassazione afferma che il dipendente costretto all’inattività dal datore ha diritto, anche, al risarcimento del danno non patrimoniale, posto che l’illegittimo demansionamento può integrare una violazione dell’art. 2087 c.c. Il fatto affrontato Il dipendente, dopo essere stato lasciato per un lungo periodo inoperoso, ricorre giudizialmente per chiedere, da un lato, l’accertamento dell’integrazione del mobbing ad opera della società e, dall’altro, il risarcimento del danno patrimoniale e morale causato dall’illecita condotta datoriale. La Corte d’Appello accoglie parzialmente la predetta domanda, ammettendo l’avvenuto demansionamento, ma riconoscendo al ricorrente solo un ristoro del danno patrimoniale pari ad € 48.450,00 e non anche un risarcimento per il danno morale in assenza di una preventiva richiesta di indennizzo all’INAIL. La sentenza La Cassazione - ribaltando quanto stabilito dalla Corte d’Appello - rileva preliminarmente che le prestazioni eventualmente erogate dall'INAIL non possono esaurire di per sé e a priori il ristoro del danno patito dal lavoratore infortunato od ammalato. Per la sentenza, ne consegue che il dipendente può richiedere al datore il risarcimento del danno c.d. "differenziale", allegando in fatto circostanze che possano integrare gli estremi di un reato perseguibile d'ufficio, ed il giudice può liquidare la somma dovuta dal datore detraendo dal complessivo valore monetario del danno civilistico quanto indennizzabile dall'INAIL. A tal fine, secondo i Giudici di legittimità, è sufficiente che il lavoratore deduca circostanze che provino la violazione delle regole di cui all'art. 2087 c.c., che - in quanto norma di cautela avente carattere generale - è idonea a concretare la responsabilità penale. Su tali presupposti, la Suprema Corte accoglie il ricorso del dipendente, riconoscendo il diritto del medesimo ad ottenere il risarcimento anche per il danno non patrimoniale.


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